Archive for the ‘Premi e Articoli su di me’ Category
Premi 2010
Gennaio 2010. Premio grandi Firme Contemporanee. Cesenatico.
Rachele Zinzocchi. Rai-Mediaset
Wozu Dichter in dürftiger Zeit?
(Friedrich Hölderlin, Brot und Wein, 1801)
«A che i poeti in tempo di povertà?». Questo si chiedeva il tedesco Friedrich Hölderlin nella sua elegia
(«Pane e vino») nel 1800. Più di due secoli sono passati da allora. Ma le parole del poeta suonano ancora terribilmente attuali.
«In questo nostro tempo di crisi, tempo di povertà, a cosa mai possono servire i poeti? A nulla, come sembra?». No, è la risposta chiara. I poeti “servono” eccome, hanno una finalità precisa: loro e soltanto loro possono riuscire tramite i loro versi, a maggior ragione proprio in questa nostra difficile epoca, a inserirsi nelle delicate pieghe di un tempo che non ha più tempo, «istituendo» ciò che solo è saldo e stabile. Il dire dei poeti, il linguaggio poetico, non pretende di definire, ma “evoca” piuttosto quel residuo di senso inoggettivabile – essenza e senso del nostro esserci, scrigno che racchiude il tesoro del “chi siamo” – che però sfugge a qualsivoglia tentativo di definizione oggettivante. E proprio perché con sacro rispetto si limita a evocarlo, a sfiorarlo delicatamente senza pretendere di imbrigliarlo in rappresentazioni oggettivanti e cristalline – che della pretesa esaustività hanno solo l’apparenza – proprio per questo il linguaggio poetico è l’unico ad aver le credenziali per sperare di dischiudere il senso più profondo del nostro esserci: poco o tanto che sia, ma comunque il “tutto” dato all’uomo per sapere, e provare a dire, qualcosa su stesso.
Il motivo di questo mio lungo preambolo? Spiegare esattamente, diremmo quasi “fondare”, filosoficamente e non solo, perché il dire poetico di Claudio Raccagni ci appaia quanto mai decisivo, massimamente degno di attenzione e riflessione, proprio in questo nostro tempo: di crisi, di povertà materiale e spirituale. Lungi dall’essere poesie da scorrere una sera, magari ammirare e però poi riporre in un cassetto, anche quelli di Raccagni sono versi che, in maniera autentica, ci rinviano al senso del nostro esser uomini, del nostro esserci.
Solo una cosa infatti possiamo dire di noi: la nostra finitezza, la finitezza che è tutt’uno col nostro esser uomini – gettati un giorno qui, su questa terra, senza sapere da dove proveniamo e verso dove andiamo. Il limite è il sapere “piccolo e debole” per alcuni, ma in realtà incredibilmente ricco di senso, consegnato su se stesso all’uomo, che lo esperisce – inconsapevolmente o meno – ogni volta che tenta di dire tutto su sé e ciò che lo circonda, pena l’accorgersi poi che questo presunto “tutto” il “Tutto” non è, né potrà mai esserlo.
Ciò a cui rimandano le poesie che leggerete è, ad avviso di chi scrive, proprio quel senso di finitezza, limitatezza, che certo fa soffrire quando la si vive, la si scopre dentro sé e nel proprio mondo: ma che è anche, perciò, linfa vitale per ripartire, per iniziare di slancio una nuova vita.
Finitezza e senso del limite – destino inevitabile, ma cifra della ricchezza originariamente data all’uomo – sono ciò che più avvertiamo in questi versi che accompagnano la crescita e la vita dell’autore. Un senso di solitudine esistenziale, la percezione di essere «bimbo» senza difese, gettato sulla terra in una Jemeinigkeit (avrebbe detto Heidegger) per cui si nasce soli e si muore soli, ma che è già scoperta – atroce, straziante, e però originaria ed autentica – dell’unico senso consegnato all’uomo su se stesso.
Finitezza, senso del limite sono ciò che avvertiamo anche nella «morte», altro tema ricorrente, tra le più strazianti forme di violenza, in quanto sottrae all’uomo ciò che ha di più prezioso: la vita all’uomo stesso, i propri cari a chi resta. E uno straziante senso di finitezza l’avvertiamo nella violenza come tale, specie verso chi è più debole e indifeso, dove il senso della propria nullità brucia più forte.
Ma, se se ne esce vivi, davvero il motto hölderliniano «Là, dove è pericolo, cresce anche ciò che salva» trova tutto il proprio originario valore. Là, dove l’angoscia è devastantè, si può e si deve trovar la molla per rinascere – rafforzati dalla consapevolezza di aver scoperto qualcosa di più, di davvero insostituibile su di sé. Tu, indifeso e solo, ora sai qualcosa che gli altri non sanno. Sai di esser finito e limitato come mai, ma sai anche che così sono tutti gli uomini, le donne di questo mondo. Perché la finitezza è condizione esistenziale.
Questa è la marcia in più per iniziare a rinascere. Scoprirsi deboli, limitati e finiti, è il primo passo per capire che in realtà non si è piccoli, ma grandi.
Scoprire questo è dischiudere lo scrigno ove, sino ad allora, è stato per secoli gelosamente custodito il tesoro più grande. E allora nulla ti fa più paura. Nulla può più fermarti.


Claudio Raccagni, nato nel 1969 a Palazzolo sull’Oglio.